Un valenzanese d’eccezione: Giuseppe Angiuli

Letterato, politico, artigiano: storia di un personaggio valenzanese

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Giuseppe Angiuli nasce il 24 dicembre 1930, primo di quattro figli di ‘mbà Beppe la Remàne e cmà Iucce Santacroce, figlia di méste Colétte, barbiere, cavadenti e cerusico. Dopo gli studi classici frequenta la facoltà di Giurisprudenza dove si laurea seguendo gli insegnamenti di Moro e Dell’Andro, da cui attinge l’interesse per la Dottrina sociale della Chiesa, rafforzato dalla frequentazione di numerosi frati, tra cui lo zio Salvatore. Supera un concorso presso l’Inps e lavora per due anni alla sede di Rovigo per poi optare, sempre su base concorsuale e nonostante l’abilitazione all’insegnamento del Diritto, per il ruolo di funzionario presso la sede barese delle Poste Italiane, dove ricopre diversi ruoli tra cui quello di Ufficiale rogante. Nel 1959 sposa Dina Zenzola, da cui ha due figlie, Maria e Carmela. Sempre vicino alle attività parrocchiali di Santa Maria di San Luca non lesina consigli e sostegno a tutti quelli che gli si avvicinano, in particolare a chi più è nello stato di bisogno. In linea con i principi sociali della Chiesa si impegna politicamente tra le file della Democrazia Cristiana, non senza contrasti,ma con la condivisione dei più giovani, tra cui Francesco Maurantonio, Donato Stilla e Pino Trigiante.

L’amore per il paese e l’incalzante trionfo di una modernità troppo smemorata lo convincono a raccogliere nel 1983 una prima miscellanea di proverbi e detti popolari dal titolo Stipe ca trueve. Si dedica anche alla poesia dialettale e nel 1984 da alle stampe una pregevole raccolta di poesie in dialetto, A la scole du pietterusse, con un commento critico dello scrittore Raffaele Nigro. L’amore per la terra e il ricordo del nonno méste Colétte suscitano anche la passione per l’erboristeria e nel 1987 pubblica un testo su come Curarsi con le piante medicinali di Puglia, accompagnato da una nomenclatura dialettale. Nel 1992 da alle stampe una nuova raccolta di poesie in dialetto Sòtte o cambanàle seguita da Zembànne … Zembànne, e da una inedita raccolta di versi in lingua, Scintille che danzano.

Nel 1995, dopo tangentopoli, è tra i promotori del Partito Popolare di Bianco e l’anno successivo tra i fondatori del Centro Ricerche Valenzano con il quale pubblica nel 1997 una nuova edizione, più ampliata e ragionata, di Stipe ca trueve e nel 2004 la prima opera organica sui termini dialettali valenzanesi dal titolo Parle come t’è fatte mamte. Frequenti sono i rapporti con le scuole e nel 2006 elabora un vocabolario dialettale per gli studenti dell’I.T.C. ”de Viti de Marco”. Nella sua eccletticità si dedica anche alla manipolazione della creta con pregevoli risultati, privilegiando la figura di Santa Maria di San Luca, di cui è fervente devoto. Ogni Natale e Pasqua ci sono gli auguri per tutti sempre accompagnati da una poesia in dialetto. Nel 2013 decide di estraniarsi cessando ogni attività e serenamente muore nel primo mattino del 30 gennaio.

U PAISE MÌ
U paise mì
iè fiure de minue
e fronze de uì
iure de checozze
de fave
e de pesiedde
cambe
de cemescazziette
cambomille
ruche
e sevune
sckakke rosse
calèndue
e calameddune
scope d’uve
corne fiche e chiachune
e parète
de chiangune
case vasce
e bbianghe
quatte strate
che le chianghe
careche
de uagnune e uagnèdde
passariedde e rendenèdde

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