Francesco Capozzi si racconta: “per diventare professore, ho scelto di studiare all’estero”

Eccellenza del mondo della fisica, il giovanissimo ragazzo valenzanese ha deciso di trasferirsi prima al nord, poi all’estero, dove lavora già da un anno, per poter inseguire il suo sogno.

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Francesco Capozzi, ricercatore di fisica, è valenzanese di nascita ma ora gira il mondo per diventare professore

Sentiamo parlare molto spesso di fuga di cervelli. Uno dei cervelli fuggiti da Valenzano e dalla Puglia è quello di Francesco Capozzi. Eccellenza del mondo della fisica, il giovanissimo ragazzo valenzanese ha deciso di trasferirsi prima al nord, poi all’estero, dove lavora già da un anno, per poter inseguire il suo sogno.

Ciao Francesco, allora, innanzitutto chi sei e cosa fai nella vita?
Mi chiamo Francesco Capozzi e ho 29 anni. Sono nato e cresciuto a Valenzano, dove ho vissuto fino a Dicembre 2015. Sin dalle superiori ho avuto una grande passione per le materie scientifiche ed in particolare per la fisica. La passione mi ha condotto in un primo momento alla laurea magistrale in fisica teorica, conseguita nel dicembre 2012, ed infine al dottorato di ricerca, conseguito nel marzo 2016. Sia il corso di laurea che il dottorato sono stati conseguiti presso l’Università di Bari. Durante il dottorato ho avuto modo di conoscere il mondo della ricerca scientifica. È un ambiente decisamente affascinante, dove si contribuisce, anche se in minima parte, all’avanzare dei limiti della nostra conoscenza. In particolare io lavoro nell’ambito della fisica astroparticellare.

Perché hai scelto di partire?
Dopo il dottorato ho deciso di continuare la vita accademica, sognando un giorno di diventare professore, di avere il mio gruppo di ricerca da coordinare e dottorandi da formare. Tuttavia, il percorso da intraprendere per coronare questo sogno è lungo e insidioso e non tutti riescono ad avere successo. Per massimizzare la probabilità di successo occorre accumulare negli anni un’esperienza tale da rendere il curriculum sopra la media. Ma questo come si fa? Pubblicando articoli scientifici di rilievo, partecipando a conferenze dove presentare il proprio lavoro, avendo collaborazioni con ricercatori stranieri e, più in generale, facendosi conoscere dalla comunità scientifica internazionale (almeno nell’ambito nel quale si è esperti). In sostanza bisogna essere mobili e viaggiare. Da questo punto di vista partire per me è un obbligo e non tanto una scelta. Questo, ovviamente, non vuol dire che a me non piaccia spostarmi. Al contrario, è una cosa che amo fare! L’unico lato negativo è che nell’ambito della ricerca le posizioni lavorative antecedenti al professore universitario hanno una durata di 2 o 3 anni. Ciò vuol dire che non appena ci si ambienta in una città o università bisogna sfortunatamente rifare subito le valigie e andare altrove, quasi sempre in un altro Stato. Il mio caso è un po’ atipico, perché subito dopo il dottorato ho avuto 2 contratti di lavoro della durata di solo un anno. Il primo presso l’Università di Padova (2016) e il secondo presso la The Ohio State University a Columbus, Ohio – Stati Uniti (2017), dove mi trovo in questo momento. Fortunatamente ho già un contratto che inizierà il prossimo mese presso il Max Planck Institute di Monaco, dove dovrei rimanere per 3 anni.

Potresti svolgere la tua professione anche qui?
Potrei lavorare in Italia. La qualità della ricerca nel nostro paese è molto alta. Purtroppo le posizioni da “post-doc” disponibili sono poche, specialmente a Bari. Le posizioni da professore sono ancora più rare. Questo in generale credo sia dovuto all’insufficienza di fondi stanziati per la ricerca. In ogni caso, andare all’estero è un requisito fondamentale del mio lavoro.

Per lavoro hai girato il mondo, cosa c’è fuori che non c’è qui?
La cosa più banale è uno stipendio nettamente più alto. Inoltre, nelle università straniere c’è un’atmosfera più internazionale. I gruppi d ricerca sono formati da gente da ogni parte del mondo. Ogni settimana ci sono ospiti provenienti da università straniere che presentano il proprio lavoro e cercano di instaurare nuove relazioni ed avviare nuovi progetti. Questo scambio continuo di idee è uno dei pilastri del mondo scientifico, perché consente di accelerare l’avanzamento della ricerca. La cultura del lavoro è completamente diversa. Ad esempio qui negli Stati Uniti il mio capo ha trasformato il suo gruppo di ricerca in una vera e propria famiglia, dove tutti si sentono a proprio agio e possono esprimere le proprie idee senza badare a gerarchie accademiche. Si dà importanza non solo alla qualità della ricerca, ma anche alla capacità di saper presentare il proprio lavoro alla comunità scientifica e anche al pubblico. Questa abilità è fondamentale per un ricercatore, perché è un mezzo potente per farsi conoscere, tanto quanto lo è lo scrivere articoli scientifici. Il rovescio della medaglia è che il lavoro diventa l’unica cosa che conta nella vita. Probabilmente questo accade solo nell’ambito accademico, ma nel mio gruppo attuale tutti vivono per lavorare e non fanno distinzione tra weekend e giorni lavorativi. Gli uffici amministrativi sono molto più rapidi nell’accontentare le richieste dei lavoratori e solitamente si mostrano cordiali nelle relazioni. Questo fa sentire il singolo lavoratore decisamente più tutelato e sicuro rispetto a quanto accade in Italia.

Verso quale direzione dovrebbe muoversi il territorio per fronteggiare la fuga di cervelli?
Domanda difficile… non credo di avere proposte concrete. Però, a mio parere la “fuga” non è affatto un male, a patto che il nostro paese faccia trovare le condizioni ideali per un ritorno. Chi va all’estero solitamente inizia a guardare il mondo da un’altra prospettiva, grazie agli scambi con persone di altre culture. Al rientro questo bagaglio culturale deve essere usato per un miglioramento della nostra comunità.

Lasciare la propria terra non è mai facile e non lo è nemmeno per la famiglia accettare la decisione. La tua cosa pensa della tua scelta?
La mia famiglia condivide in pieno la mia scelta. Ha capito che l’esperienza che sto vivendo è un passo necessario della mia carriera. Quotidianamente mi fornisce il supporto necessario per rendere meno difficile l’adattamento ad un nuovo posto di lavoro.

Sei vissuto per tanto tempo a Valenzano partecipando attivamente alla vita del tuo paese, cosa porti con te della tua terra?
Tutte le esperienze vissute nelle varie associazioni fanno ormai parte di me. Mi hanno formato come uomo, lasciando un segno indelebile nel mio carattere. Ogni mia decisione in ambito lavorativo ed anche il modo di relazionarmi con i miei colleghi è frutto del processo educativo che ho intrapreso nelle associazioni, in particolare negli Scout. Tra i valori che porto con me c’è l’accoglienza, che è anche uno dei caratteri distintivi della Puglia. Questo valore è cruciale quando si ha a che fare quotidianamente con gente con stili di vita e modi di pensare completamente diversi da quelli a cui sono abituato.

Nei tuoi progetti futuri c’è quello di ritornare nel tuo paese o almeno nella tua nazione?
Al momento non ci penso, anche se ovviamente i momenti di nostalgia non mancano. Non ho un progetto a lungo termine. Penso solo al mio prossimo lavoro a Monaco, dove rimarrò per 3 anni. Ovviamente, se in futuro dovesse presentarsi l’opportunità di lavorare in un Università italiana la prenderei sicuramente in considerazione.

Cosa consiglieresti ad un ragazzo valenzanese, restare o partire?
Consiglio di partire a chiunque, anche a chi non desidera abbandonare il proprio paese. Le porte di casa sono sempre aperte e c’è sempre il modo e il tempo per tornare. Quando si rientra lo si fa con un bagaglio più pesante e probabilmente le possibilità di trovare un lavoro diventano più consistenti.

 

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