Statua del migrante, l’autore: “Grazie a lei ho conosciuto mia moglie”

Rocco Brandonisio, autore della statua in l.go frate Francesco, racconta storie e aneddoti legati al monumento

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“Quello che mi spinge lontano è una forza malvagia, che non posso vincere. Un giorno ritornerò perché questa è la terra dove ho visto la luce.”

“Questa è la terra dove a tratti mostra le sue ossa ora bianche ora rossicce. Tra ulivi contorti dall’aver vissuto assai in questa che è la loro vera dimora. In una polvere di pomeriggi d’estate, sollevata da un gregge il quale svanisce in quella che è stata la terra dei miei ricordi lontani.”

Leggendo questi versi è probabile che molti valenzanesi non ne sappiano indicare l’ubicazione, eppure tutti siamo passati più volte davanti (e dietro) a queste parole dense di sentimento incise sul piedistallo marmoreo che sorregge la statua dell’emigrante opera di Rocco Brandonisio, valenzanese classe ’51, ex poliziotto e poi dipendente dell’Istituto Agronomico Mediterraneo di Valenzano; non è un artista di professione, anche se si è sempre dilettato nella pittura e nella scultura, ma il suo talento innato l’ha portato a distinguersi in mostre e concorsi di arte.

Inaugurata il 6 Agosto 1978, la statua rappresenta un uomo che riproduce il malinconico e speranzoso gesto di prendere in mano “la valigia di cartone” per avventurarsi in cerca di fortuna lontano dall’amata terra natia.

Abbiamo incontrato l’autore per farci raccontare la sua storia.

Com’è nata l’idea di scolpire la statua?

Non è stata una mia idea; fui chiamato da Fernando Stella il quale mi chiese di scolpire una statua a simbolo degli emigrati del nostro paese. Fu fatta una votazione in consiglio comunale; il responso positivo si ebbe per pochissimi voti, perché a molti consiglieri dell’epoca non piaceva l’idea della statua.

Quanto tempo ci ha messo per scolpirla?In che anno è stata inaugurata?

Il lavoro si è protratto per circa un anno. Iniziai la lavorazione nel 1977 e l’inaugurazione avvenne l’8 agosto 1978, ricordo bene il particolare della data d’inaugurazione perché quel giorno morì Papa Paolo VI.

Ci racconti la storia di quest’opera.

E’ stata scolpita a Torino. Ai tempi ero nella Polizia di Stato e l’opera fu lavorata nella caserma nella quale prestavo servizio; nel tempo libero mi dedicavo con passione a questo lavoro. E’ stata ricavata da un pezzo monoblocco di marmo di Carrara (alto 2 metri e largo 96 x 85 cm) una pietra molto dura, che non è solita usarsi per le statue perché davvero molto difficile da lavorare con il solo ausilio di martello e scalpello, come ho fatto io.

Quelli in foto sono gli attrezzi utilizzati all’epoca per scolpire la statua in L.go Sant’Antonio


Com’è stata trasportata?

La trasportai a mie spese con un mezzo di un altro valenzanese. Fu un viaggio avventuroso.

Ricevette un compenso?

No! Anzi ci rimisi! Spesi 270 mila lire per pagare il marmo che io stesso mi procurai e trasportai nella caserma, ricevetti solo 200 mila lire come rimborso. L’opera risulta ufficialmente da me donata al Comune.

È vero che il volto rappresenta lei da giovane?

Si! E’ vero! Quell’uomo di pietra sono io com’ero in quegli anni.

L’auotore della scultura de L’emigrante davanti ad un’altra sua opera nel suo laboratorio

E la poesia che è incisa ai piedi della statua? E’ sua?

Si certo, sono parole mie; quei versi non si trovano da nessun’altra parte.

Ha qualche curiosità particolare che vuole raccontarci?

Beh, mia moglie non mi conosceva quando fu inaugurata la statua, ma lei mi ha raccontato di essere rimasta talmente affascinata dal volto di quell’uomo da essersene quasi innamorata; per questo poi informatasi sull’autore ha voluto conoscermi e siamo ancora insieme. Ridiamo spesso su questo fatto io e lei, è curioso che una donna s’innamori di una statua, ma è quello che è successo nel nostro caso.

Che cosa pensa quando guarda la statua?

Sono molto orgoglioso di quest’opera perché è obiettivamente molto bella; è stata anche citata in un testo dal titolo “Sculture monumentali in Puglia” opera di una professoressa tedesca. Sono fiero del fatto di aver donato qualcosa di mio al mio paese.

Il commento di Vincenzo Dilena
L’emigrante ha ripreso il cammino

Agli occhi di un bambino degli anni 70-80, come chi scrive, quella statua sembrava rappresentare un monumento, nel senso più ampio del termine, commemorativo al “tempo che fu”, a quegli eroici nonni e bisnonni valenzanesi emigrati verso terre lontane (America e soprattutto Venezuela), dove sono riusciti chi più chi meno, a coronare il sogno di una realizzazione economico-sociale che di riflesso ha contribuito in maniera decisiva anche all’espansione del paese d’origine. Tanti sono stati infatti, i capitali reinvestiti a Valenzano specie in ambito immobiliare con i “Bolivar” e i “Dollari” dei compaesani emigrati.

Sembrava che quella valigia ai piedi dell’emigrante fosse stata posata per sempre sul piedistallo e sul percorso della storia da quell’uomo con la camicia a jeans arrotolata sulle braccia.

La storia di oggi ci dice invece che quel valenzanese abbia ripreso il viaggio giacca sottobraccio in barba al mondo di “Ritorno al futuro” prospettato da Zemeckis. Per i trentenni e quarantenni di oggi (ma non solo!) quello dell’emigrazione è quanto mai tornato un tema di scottante attualità. Il prossimo valenzanese a mettersi in viaggio sulle tracce dei tanti che lo hanno preceduto potrebbe partire oggi stesso portandosi con sé quella valigia carica di speranza e malinconia alla ricerca di un futuro migliore, lo stesso a cui ambiscono coloro che a Valenzano ci arrivano o ci ritornano (come i tanti italo-venezuelani che stanno tornando a causa della crisi politico economica del Venezuela) da posti più o meno lontani nell’eterno e costante movimento di uomini e sentimenti alla ricerca di un sogno…

La statua e il campanile

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